An Outline of Faith / Lineamenti di Fede

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“Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”
(Mt. 11, 28)

“O meraviglia! Quale meraviglia che colui che ha da porgere il soccorso sia lui che dice “Venite a me!”. Quale amore!  Amorosamente colui che può aiutare, ecco che già dà prova d’amore aiutando chi invoca aiuto: ma che dire di colui che offre spontaneamente l’aiuto? Anzi, egli l’offre a tutti; sì, proprio a tutti coloro che non possono ricambiarglielo! Soltanto offrirlo? Più ancora, gridarlo: come se il soccorritore stesso avesse bisogno di soccorso.. ” (S. Kierkegaard, Esercizio del Cristianesimo [L’Invito])

Con una proposizione che a prima vista può sembrare assurda o tautologica, ma che è forse solo paradossale, diciamo innanzitutto che crediamo al credere, cioè alla  Fede.
Crediamo, in altre parole, che credere abbia un senso, e dia un senso – il migliore possibile – all’esistenza. Il credere è lo spazio che l’Infinito scava nella realtà dei sensi e delle leggi fisiche, gli uni e le altre inesorabili  nella propria “impersonalità”.
Ovviamente, il credere – cioè l’attribuire credibilità al bisogno umano di valore, significato e giustizia – non ha nulla a che vedere con la credulità, tanto meno con la superstizione.

paschettolucernaLa Fede è l’apertura della coscienza e della ragione alle istanze più elevate che paiono filtrare da una sfera di vita qualitativamente superiore a quella ordinaria. E’ accettare (o scommettere) che l’Universo, al di là di tutto lo strazio che contiene,  è radicato  nell’Intelletto-Amore supremo, cioè in Dio, e conseguentemente ha un vettore direzionale, mirante a trasformarlo in “tutto individui e tutto valore” (A. Capitini).

“.…. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto (…) perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano. Una realtà fatta così non merita di durare. E’ una realtà provvisoria, e io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte” (A. Capitini, Religione aperta, pp. 12-13)

La Fede ha questa base pura e, rifiutando tutti i sofismi, dovrebbe essere proclamata con trasparenza, perché non è più il tempo di Nicodemo, che andò da Gesù “di notte” (Gv. 3,2).
La Fede è già  “… una nuova creazione” (Keshab Chandra Sen).
Ed è un cammino. “Gesù disse: siate viandanti” (Vangelo di Tommaso, 47). Il pellegrinaggio è lungo e arduo, ma si tratta dell’unico vero viaggio, che richiede fiducia nella destinazione: come i bambini hanno una specie di “fede vitale” (F. Terry) che consente loro di seguire i passi degli adulti, così l’adulto dovrebbe inoltrarsi con fiducia nel mondo spirituale. Non c’è enfasi in questo viaggio, a volte somiglia al beccheggio di un vascello in mezzo alla tempesta, come il Mayflower che condusse i Padri Pellegrini oltre l’Atlantico, altre volte al povero vagare dell’asino “per le montagne, sua pastura, in cerca di quel che è verde” (Gb. 39, 8).
Ma bisogna cercarLo, in ogni angolo della vita e nel cuore. E come fu detto, in forma paradossale:  “tu non Mi cercheresti se non Mi avessi già trovato” (Agostino, Le confessioni, Libro IX, 21,15); non solo, noi crediamo che la “santa cerca” sia reciproca: che quando noi Lo cerchiamo, è Lui che ci cerca.
La Fede – per sua natura, tendente all’assoluto – compensa e completa la conoscenza, che invece non può che essere relativa per almeno due motivi: a) l’immensità/incommensurabilità della realtà divina; b) gli ostacoli accecanti che l’Avversario, il Maligno, pone dinanzi ai nostri occhi, ragion per cui la preghiera del cieco di Gerico (Lc. 18, 38) è anche la nostra, perché anche noi siamo afflitti nella visione, quando non totalmente avvolti dal buio.
Vediamo ora alcuni punti salienti di Fede:

1) Dio
Crediamo in Dio come Padre materno degli spiriti.
Dio è l’Uno personale. “Trinità” designa la Sua costituzione dinamica, una perfezione d’amore infra-divino, soprattutto se intesa in forma di relazione, come l’ha proposta J. Moltmann (ma era da sempre presente, così, nella riflessione cristiana). Tale visione offre la base per unacircolazione d’amore nel Cosmo.
Ma la Trinità – che, come si sa, non è concetto evangelico, bensì mutuato dalla filosofia greca – non può costituire un dogma restrittivo applicato alla Divinità. Loyson giunse a questa consapevolezza, e nella nostra comunità i seguaci della teologia unitariana aperti ai valori contenuti anche in quella trinitaria – un tentativo di sintesi fu compiuto dal’indù-cristiano Keshub Chandra Sen (1838-1884), nella conferenza-saggio That Marvelous Mystery — the Trinity – sono benvenuti (del resto, Loyson tenne una mirabile commemorazione dell’unitariano Michel Servet, messo al rogo dai calvinisti a Ginevra).

2) La Provvidenza
Noi rifuggiamo da qualsiasi visione parzialista di Dio e della Sua Provvidenza, e consideriamo quest’ultima non in senso materiale, arbitrario, ma come universale cura divina delle anime nei quadri dello spazio-tempo, che la Caduta – forse duplice, di entità spirituali formatrici prima, dell’uomo poi – ha reso distruttivi, come tra gli altri ha proclamato il teologo riformato Wilfred Monod, pastore all’Oratoire del Louvre (dove si svolsero le esequie di Loyson) nella sua opera Le Problème du Bien, una delle nostre fonti dottrinali. La Provvidenza è la perenne, illimitata, imparziale (At. 10, 34) dispensazione d’amore riservata da Dio al singolo, malgrado ogni apparenza di abbandono.
“Si sente spesso il credente invocare il Dio ed esprimere la fiducia che la Provvidenza lo aiuterà, lo proteggerà, gli darà la salute, il benessere, la casa in piedi, la fortuna delle persone care, ecc. E gli altri?  E tutte le sventure che hanno colpito e colpiscono intorno a me tante persone umili, modeste, poveri esseri, nella salute, nella casa, nei cari?  … Non c’è cosa che religiosamente voglio più lontana da me che la tentazione di pensare questa Provvidenza per me, e perché io possa ripetere e continuare la realtà, la società, l’umanità, così come sono, sbagliate e chiuse nel ciclo, apparentemente vago, sostanzialmente diabolico e di morte”
Il Dio per me sarà il Dio della liberazione di tutti…” 
(A. Capitini)

3) Gesù Cristo
In Gesù si incarna – cioè si fa esistenza concreta (non esaurendosi in essa, ma permeandola) – il Logos, la Parola unificante e redentrice di Dio. Tuttavia, come disse Loyson al volgere del suo viaggio terreno: non bisogna confondere Gesù con Dio (la categoria “confusione” è storicamente appropriata qui), anche se, in virtù della Presenza divina in lui, Gesù realizza in sé il Figlio di Dio, come la nascita dalla Vergine e la discesa del Santo Spirito al battesimo nel Giordano stanno a indicare.Meister_des_Hitda-Evangeliars_003a
Il volto di Dio risplende in Gesù, il Medico divino, il Giusto sofferente, il Risorto. Risplende nel Cuore, non nell’apparenza, perché anzi:
“non aveva forma né bellezza per attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. Disprezzato e reietto dagli uomini, l’uomo di dolore che ben conosce il soffrire, simile a uno davanti al quale ci si nasconde il viso, era disprezzato e noi non ne avevamo stima alcuna (Is. 53, 2-3). (nella imm. sotto, L’uomo dei dolori di James Ensor [1860-1949])
James-Ensor-The-Man-of-Sorrows
Concordi con l’idea che fu già di Giustino (II sec.) e successivamente del riformatore Zwingli, ma soprattutto dei primi pensatori quaccheri del ‘600, Robert Barclay e William Penn, noi crediamo che, con diversi gradi di pregnanza, un seme del Logos sia presente nella parte migliore di ogni uomo, e nelle dottrine di filosofi, mistici, ecc., di altre tradizioni.

4) Le Scritture
Le Scritture dell’Antico e del Nuovo testamento “contengono” (non: sono) – affermava la dichiarazione di fede della Chiesa Universalista approvata a Philadelphia nel 1790 – “una rivelazione delle perfezioni e della volontà di Dio (…)”, perfezioni che costituiscono “altrettante modulazioni di un infinito, adorabile, ineffabile e immutabile amore”. 

Scrive Kurt Guggisberg che la Bibbia è “un residuo della rivelazione, non la rivelazione stessa”: questa invece, “sta nell’ambito infinito di tutto il reale” . E tutto quello che – nell’Antico Testamento soprattutto (con la violenza che contiene), ma anche nel Nuovo – ostacola la visione perfetta, sensibile al cuore, del Padre e del Cristo, va confinato al ruolo di deposito storico di fatiche, errori e successi umani nel rapporto con Dio. Non c’è alcun dubbio che molti passi dell’Antico Testamento abbiano generato odio tra gli uomini nel corso dei secoli: essi perciò andrebbero senza esitazioni eliminati.
Bible Matthew Gospel_blogResta – incontrovertibile – il fatto che, tra tutte le scritture dei popoli, la Bibbia tramanda la più ricca “cronaca esistenziale” del rapporto uomo-Dio, il che tuttavia non deve precludere in alcun modo un “ampliamento dell’orizzonte religioso” (Guggisberg), anche sul piano dei testi di riferimento.

5) I Credi
Anche se forse, come osserva Paul Tillich, il Credo di Nicea (325 d.C.) servì a sottrarre Gesù dalla posizione dei tanti “semidei” in cui le dottrine di Ario rischiavano di collocarlo, non c’è dubbio che, come afferma Kurt Guggisberg, “...oltre alla riprovevole volontà di potenza della Chiesa, sono sempre state la formule confessionali a portare alle scissioni….  I nostri concetti non riescono mai e poi mai a comprendere pienamente l’Ineffabile”.
Le chiese che, come quella neo-gallicana fondata da Loyson, si formarono per reazione ai nuovi dogmi cattolico-romani del sec. XIX, si richiamavano alle deliberazioni dei primi sette Concili ecumenici e alla “Chiesa indivisa” del primo millennio. Oggi sappiamo che l’ecumenismo di quei Concili era assolutamente dubbio, e che non è mai esistita una Chiesa indivisa, data la moltitudine di visioni che popolavano il primo Cristianesimo, ragion per cui – pur custodendo il Simbolo Apostolico (o romano-gallico) come “cristallo-tipo” della proclamazione del Messaggio – noi riteniamo che la vera ecclesia si costituisca intorno allo spirito del Cristo Vivente che trascende ogni formula.
Questa posizione, rispondente anche alle necessità di un Cristianesimo operativo, che non sciupi le proprie energie in astruse contese, ha un autorevole precedente nella tradizione gallicana più antica, precisamente nella politica clovis1ecclesiastica di Clovis I (466 ca – 511), il primo re franco che accettò il Cristianesimo e che, invece di perseguitare i vescovi della fazione ariana condannata nel Concilio di Nicea, li inserì nei quadri della Chiesa delle Gallie.

6) La testimonianza
E’ inerente alla teologia della “Incarnazione” l’idea che il Vangelo debba essere testimoniato, traslato – oltre che nel corpo individuale (1Cor. 6, 19) – in quello sociale.Gesù è tassativo su questo, e tutta la tradizione “cattolico-riformata” – così come quella universalista – ha una rilevante storia di impegno per la giustizia: basti pensare all’anglicano Frederick Denison Maurice (1805-1872), o alla vocazione sociale di una intera comunità come quella dei Mariaviti.
Loyson – molto legato spiritualmente a quella Francia, la sua patria, in cui nell’800 fiorirono movimenti sociali più diversificati tra loro che in oltri altra nazione – si colloca in questa prospettiva: nel suo testamento spirituale del 1893 incita a svuotare gli “inferni sociali”, ed è attento alle istanze dei movimenti di riscatto delle classi subalterne. Ma, come Clive Staples Lewis (che nel capitolo “Morale sociale” della sua opera Mere Christianity illustrava il paradosso della civiltà cristiana come sintesi tra una visione che si fondi sul primato del lavoro, un’equa distribuzione dei beni e uno spirito tradizionale per quanto concerne i valori e gli stili), anche Loyson avversa lo spiritorivoluzionario e il culto del progresso e, come crede che il Vangelo debba “discendere” nelle pieghe nella vita sociale, altrettanto è convinto che la vita sociale debba elevarsi ai valori sacri per trarne direttive e linfa.

7) La redenzione e la grazia
Il Cristo innesta nell’uomo il principio della redenzione, consapevolezza dello stato di peccato  e fuga dell’anima da jesusthegoodshepherdesso. Per questo Egli è il nostro Salvatore, il Buon Pastore che protegge le sue pecore dal male fino a che non siano giunte al sicuro, nell’ovile. Senza l’aiuto di Dio, senza la Sua vicinanza  – che Cristo rappresenta – noi non possiamo fare nulla. Questa è la verità della grazia. Ma se ciò è vero, lo è altrettanto il fatto che, riconoscendo la propria inabilità e aprendosi alla grazia, l’uomo inizia acooperare con Dio, consente alla grazia di svolgersi in lui liberamente e in virtù di ciò lui stesso produce stesso buoni frutti : si stabilisce così una sinergia, una reciprocità tra la creatura e il Creatore, che è la chiave dell’incontro definitivo tra uomo e Dio.
Questa è la posizione loysoniana, che ha, peraltro, un vistoso precedente nella storia del Cristianesimo gallicano: le idee del monaco britannico Pelagio (IV-V sec.), il quale – contro Agostino – sosteneva l’istanza di un’auspicabile “cooperazione” tra l’uomo e Dio, ebbero una forte influenza nei Conventi (allora centri di cultura teologica) di Provenza e a Marsiglia, e neppure l’intervento del papa Celestino I riuscì a eliminarla.

8) La salvezza
La speranza cristiana è: vita eterna con Dio per tutte le creature, una ad una trasformate e redentedall’amore del Cristo.
William Strutt PeaceLe forme di tale vita  non ci sono note, ma ne abbiamo presentimenti  nel giubilo che fluisce quando vi è concordia con uomini e animali, nelle esperienze “di vetta“, estatiche, quando siamo lanciati improvvisamente in uno stato d’essere espansivo, nel senso primario di unità che il nostro spirito avverte quando si rende conto di avere una essenza unitaria diversa da quella del corpo  fisico, e in una miriade di altre piccole “luci” che brillano sul nostro passaggio in questa dimora. Il sussurro dell’Eterno continua a parlare alla buona coscienza.
Sappiamo che il termine evangelico aiṓnios, tradotto come eterno (e riferito alle pene per i colpevoli), significa in realtà di lunga, indefinita durata, e che teologi su posizioni “universaliste” (cioè a sostegno della salvezza universale) – da Origene e Gregorio di Nissa fino al nostro Loyson, passando attraverso la mistica infuocata di Isacco da Ninive e il rigore evangelico di riformatori spirituali del ‘500-‘600 come alcuni anabattisti, i philadelphians etc –  hanno mostrato, come anche al di là delle dispute filologiche – fosse lo spirito cristiano, riflesso del Logos stesso, a generare la certezza interiore che alla fine “nessun atomo potrà sfuggire all’amore di Dio” (Q.H. Shinn).
Tra i documenti emblematici della strada che la santa dottrina della “apocatastasi” (la restituzione di tutto) ha compiuto anche all’interno delle Chiese tradizionali, ricordiamo il fondamentale ‘ultimo capitolo del volume III della “Teologia sistematica” di Paul Tilich (1886-1965) e il finale escatologico del Credo scritto da Franciszek Hodur (1866-1953) per la Chiesa Cattolica Nazionale Polacca (comunità di tipo vetero-cattolico a forte connotazione sociale):
Credo … nella felicità per l’eternità, nell’unione con Dio di tutte le persone, le razze e le epoche, perché credo nel divino potere dell’amore, della pietà e della giustizia, e a null’altro aspiro se non che accada a me secondo la mia fede“.
E anche un cristiano molto severo con il lassismo e le facilonerie della “Cristianità”,  come fu Søren Kierkegaard (1813-1855), l’uomo dell’angoscia religiosa e dell’aut-aut, scriveva nei suoi “Diari”: “Se altri andranno all’Inferno, ci andrò anch’io. Ma non lo credo; al contrario, credo che tutti saranno salvati, io stesso con loro – il che suscita il mio più profondo stupore”.
Restando nella visione che aveva Kierkegaard rispetto a questo tema, si può osservare come lasalvabilità di un soggetto potrebbe essere proporzionata all’adesione del medesimo alle ragioni per cui fu creato nel piano divino: questo significa che quanto più l’essere umano, nato per sviluppare l’anima spirituale, sceglie l’ingiustizia materiale, tanto più dovrebbe essere “ricreato”, fino alla paradossale conseguenza che – nei casi estremi di chi si è volontariamente e consapevolmente dedicato al male – la salvezza, oltre ad essere posposta per la necessaria riparazione, sarebbe “puntiforme”, ovvero di una minima parte dell’identità precedente, quella parte che, derivando direttamente dalla sorgente divina, non fu mai contaminata.

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